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È tardi, mettiamoci in moto!

È tardi, mettiamoci in moto!

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Geo Portaluppi


Free Membro, Vigevano

È tardi, mettiamoci in moto!

Ragazzi, s’è fatto tardi, orsù, mettiamoci in moto. E la nostra bella Patrizia Todisco, furbescamente fingendo di prendere alla lettera l’invito, si pose a cavalcioni della moto gialla che per tutto il giorno ci aveva ronzato attorno, destando la nostra ilare curiosità. Si era giunti alla fine di quella memorabile giornata che fu il 21 giugno. Fu così che il mirabile soggetto in posa sulla moto, che invece stava immota, accalappiò una gragnola di scatti dagli amici fotografi lì bighellonanti.
In un canto, appollaiato sulla ruota anteriore, c’ero anch’io, ed ecco qua il ritratto per la galleria dei personaggi del Foto Raduno di Vigevano. Altri tre bei colori: il giallo della moto, l’azzurro dei jeans e il rosso della t. shirt. Ovviamente non va scordato tutto quello che nella maglietta sta dentro, un po’ a fatica e un po’ trasbordando.
Patrizia, un nome che suscita ricordi mai sopiti di amori mai dismessi. Eh sì, l’amore è come un vestito che lo indossi appena uscito dalla vetrina dove, passando di lì per caso, lo avevi adocchiato avvoltolato su un manichino. Lo conquisti e lo porti con passione fino a quando la moda tira, ma poi arriva il dì in cui, e non sai né il come né il perché, lo appendi a una gruccia di un armadio ragnatelico e lo lasci là in cerca di novo paludamento. In giro proprio nudo mai non vai: mostrare le chiappe al vento non è decoroso, meglio indossare la veste dell’amoroso abbandonato, triste e sconsolato, che piange e si strugge per l’amore perduto, l’amore sognato e mai corrisposto, invano cercato, almeno fino alle ferie di ferragosto. Se una Patrizia non hai amato, allora vuol dire che non hai vissuto. Un esercito di settantamila Patrizie c’è in Italia, diffusosi prevalentemente negli anni Cinquanta e Sessanta e pertanto, se ti dai un po’ da fare, qualcuna l’acchiappi, prima o poi. Almeno questa è la tesi di Manolo, iberico di nascita ma padano di convinzione.
Manolo arrivò da noi nel 1958, proprio quando esplose la canzone “Patricia”, l’ultimo successo discografico di Perez Prado, il celebrato erede di Xavier Cugat, che dirigeva l’orchestra con un cagnolino nel taschino della giacca, un chihuahua di nome Pepito, e che si era sposato (ovviamente non ci riferiamo a Pepito) quella sventolona di Abbe Lane, la prima vera bomba sexy in assoluto trasmessa dalla TV italiana (ci stiamo ancora chiedendo come sia riuscita a superare il bigottismo dei censori di allora).
Anno 1960. Per Manolo e Patrizia galeotto fu il film “I delfini” che vide l’affacciarsi di un fascinoso Tomas Milian, che in nulla ricorda il futuro personaggio di “Er Monnezza” degli anni Settanta. Il film “I delfini”, uno zoppicante affresco della gioventù di provincia, divenne famoso per la colonna sonora, affidata all’esordiente Nico Fidenco, che cantò “Su nel cielo”. Retro del disco “What a sky”, esattamente la stessa canzone cantata da Nico in inglese. Manolo trovò carino farle omaggio del disco in vinile che Patrizia ascoltò una infinità di volte in cortile. Dopo la trecentesima volta in italiano e idem in inglese, Manolo incominciò a entrare in fibrillazione. Un’ombra di gelo scese tra i due. Si giunse a un sofferto compromesso: si convenne di suonare il disco solo in inglese: Manolo risparmiò il 50% delle audizioni, un grosso sollievo. Proiezione del film Psyco. All’apparire di Anthony Perkins travestito da mamma, nella parte del folle accoltellatore, Patrizia spaventata si strinse a Manolo che le sedeva accanto, sull’altro sediolo. Tornò a sbocciare la parentesi rosa, tra casti baci, languidi abbracci e non sempre lecite carezze. Fellini, nel 1960, inserì il mambo Patrizia nel film “La dolce vita”. E per Manolo e Patrizia era davvero iniziata una dolce vita. Il loro era un tenero amore. Li cullavano in coppia Elvis Presley e Frank Sinatra con “Love me tender”. Il film “I magnifici sette” strombazzò nel paese una colonna sonora roboante, trascinante. Travolgente prese a sgorgare dal giradischi a valigetta di Patrizia. Manolo ne rimase intronato. Ma alla fine si riprese, giusto in tempo per il 1961. Anno nuovo, vita nuova. Patrizia rimase molto impressionata dal film “Colazione da Tiffany” al punto che, per imitare Audrey Hepburn, in abito da sera nero e lungo, trascinava Manolo a vedere le vetrine alle sei del mattino. E Manolo, un improbabile George Peppard, insonnolito la seguì in questa sua nuova stravaganza perché lei era più che fascinosa in abito lungo. Ma non era certo finita lì. Sempre in quell’anno arrivò uno slavato Giorgio Albertazzi con il film “L’anno scorso a Mariembad” e quel diabolico gioco dei fiammiferi. Da una formazione a piramide se ne toglieva uno a testa. Manolo perdeva sempre. Ma che razza di gioco cretino! A Patrizia piaceva, e allora notti intere a giocarlo: l’accendigas piezoelettrico sarebbe stato inventato solo nel 1968. Durante l’estate, Nico Fidenco a cui non era bastato il successo di “What a sky”, arrivò sulle spiagge italiane con il tormentone di “Legata a un granello di sabbia”. Manolo perse il conto di quante volte Patrizia lo costrinse ad ascoltare quella canzone che per le prime cinquecento fiate è abbastanza carina, poi causa problemi irreversibili al piloro e bruciori alla cistifellea, per via della renella che vi transita infiammandola. Celentano, a settembre, rimise tutto a posto con la canzone “Nata per me”, un lento dolcissimo e sognante che fece chiaramente comprendere a Manolo che Patrizia era proprio nata per lui: non l’avrebbe mai lasciata, amore eterno, per tutta la vita, e anche oltre la morte, se il buon Padre Eterno avesse chiuso un occhio. La teneva stretta mentre il disco suonava. Stavano abbracciati per ore e ore, e la testina saltellava festosa da un solco all’altro del 45 giri ondulato, nell’intimità appallottolati su una vecchia ottomana pudicamente illuminata da una abat-jour velata. Ma il 1962 incombeva. Stava per arrivare uno sconvolgimento che avrebbe afferrato tutto il mondo per il cravattino e non lo avrebbe lasciato mai più. Il fenomeno infatti dura tuttora. Si è rinnovato. Cambiano gli attori che, come le mamme invecchiano, ma di fatto è sempre lo stesso personaggio che ci viene mostrato: James Bond. Bond significa legame, vincolo e infatti ci ha incatenati con la musichetta della sua sigla. “Mi compri il disco?” chiese Patrizia con il musetto imbronciato, sporgendo le labbra in avanti, quel tanto che bastava a far stramazzare al suolo anche il misantropo anti femminista più incallito. La sigla di James Bond, Manolo lo sapeva, non l’avrebbe retta a lungo. Il disco non lo comprò. E l’amore finì.
Sembra impossibile, ma nella realtà andò proprio così. Dalla finestra del palazzo di fronte, qual piccola vedetta lombarda alla vetusta torre dove dimorava Patrizia, Manolo stava tutti i giorni a scrutare sperando di scorgere la sua bella. Per farle un cenno. Per ritornare a parlare, almeno là, lungo la cancellata che li divideva quando il loro amore non avevano ancora reciprocamente dichiarato in contemporanea. E dopo quell’annuncio radioso, lui con quattro balzi la cancellata aveva valicato, e si era seduto accanto a lei, ispirato, ispirando il profumo di cose buone che emanava il di lei pullover a dolce vita.
In un giorno di nebbia fitta fitta, uno dei reclamizzati “nebbiun” della val padana, arrivò ad accendere un falò sul balcone, augurandosi di attirare la sua attenzione. Attirò l’attenzione del capo scala. Ligio e spettrale intervenne l’amministratore. Sentenziò: il regolamento condominiale non prevede falò. Appiccarli sul balcone si reputa sia male. Ammonimento verbale. Esperiti tutti i mezzi a sua disposizione Manolo cadde in depressione. In lettiga venne rimpatriato. Diversi anni dopo si seppe che faceva il torero, cercando la morte nell’arena insanguinata. Per Manolo, novello Socrate, il toro era la sua ciotola di cicuta quotidiana. Qualcuno riferì la cosa a Patrizia. S’ammutolì la fanciulla. Novella Penelope iniziò a tessere una tela vagheggiando il ritorno dell’ex amato. L’ago sfrecciava nel telaio a formare l’arazzo di un torero mentre giostrava con un quadrupede cornuto e imbestialito. Era ritratto mentre in punta di piedi si incurvava, pancia in dentro, rizzandosi verso l’alto a evitare la carica del bove non ancor castrato. Le banderilla impugnava nelle mani. Il collo del toro si porgeva a porta spilli. Patrizia tesseva. Un dì la ricamatrice si punse un dito. Ahi! esalò e una goccia di sangue cadde sull’arazzo, troppo veloce per essere afferrata. Centrò la camicia bianca del torero, là dove i merletti fanno raffinati sbuffi buffi. Una paurosa macchia rossa s’allargò sul petto di Manolo. Ahimè che iattura! Fosco presagio di luttuoso evento, corse la fanciulla sulle ali dello spavento, lasciò la stanza della torre avita, abbandonò la casa un tempo amica, seco portandosi solo un fardello nel cuore, le lacrime aveva negli occhi quando il campanile della chiesa bianca borbottò tre lugubri, lentissimi rintocchi. Volò a Pamplona prima che fosse troppo tardi, negli sguardi dei viandanti scorgeva mondi lieti ormai a lei lontani, s’affrettò con l’animo in tumulto, meccanica nei gesti, la mente azzerata, resa inospitale a ogni pensiero alieno che poteva essere un insulto a quei due anni felici vissuti con Manolo.
Manolo è morto! …Manolo è morto? Chi può dirlo? Chi mai al cospetto di Dio può asserirlo? Non certo i picadores che scesi da cavallo per primi l’hanno soccorso riverso sulla sabbia dell’arena, di sicuro non i barellieri che veloci e leggeri l’hanno trasportato lontano dalla folla sbigottita, non certo il caro vecchio buon curato che in una mano reggeva il libro delle preghiere e l’altra era alzata a benedire con due dita. La cappella dell’arena era avvolta nella penombra: si spalancò la porta e nel riquadro di luce si stagliò Patrizia. Con lei una diurna luce ansante prese ad avanzare verso un corpo adagiato su un catafalco, precedendola di poco, giusto il tempo per illuminarle il cammino. La campana rilasciava lievi ritocchi nel cheto mattino. Quello che accadde in seguito non lo sappiamo.
È noto solo che nel centro della stanza in una antica torre campeggia un arazzo non finito. Chi l’ha visto dice che le corna del toro erano contro il petto del torero, ma questo sospettiamo che non sia vero, non in questo modo Patrizia l’aveva ricamato, fu la prima cosa che a Pamplona confessò al buon curato, così poscia ci fu riferito.
Ma troppe voci ha suscitato questa bizzarra storia d’amore, finita forse bene, o forse male. Quello che di tutto cuore ci auguriamo e che qualcuno torni nella erma torre a ultimare l’arazzo, per conoscere la vera fine di un amore tra una ragazza e un ragazzo degli anni Sessanta. La speranza, l’ultima dea, anche quando è molta, non è mai tanta.
E forse sarà proprio la nostra Patrizia Todisco, quella sulla moto con i freni a disco, a completare la tela. Lei, ma lo sapete già, è una valente tessitrice, come dimostra la foto “Serena colours”, stellina del 30 luglio 2009. Anche Serena, come Patrizia, ha una sua storia d’amore, nata all’ombra del Cristo degli abissi di san Fruttuoso. Se invece preferite una storia d’amore un po’ più picaresca, leggete quella sul traghetto per Alicarnasso, (foto: Il credente… e il diffidente…) e sui traghetti turchi, si sa, accadono cose turche, lo dice il ragionamento stesso. E adesso è giunta l’ora del saluto. A Patrizia Todisco fo’ l’inchino e riverisco.

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