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Nel Liceo occupato_1

Nel Liceo occupato_1

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Nel Liceo occupato_1

Palermo, 27 dicembre 2010, Liceo Scientifico Benedetto Croce.

Nonostante la "riforma Gelmini" sia ormai legge, e nonostante le vacanze natalizie, a Palermo ci sono ancora due licei occupati dagli studenti: il Benedetto Croce e la Succursale del Classico Garibaldi (mentre il "Cannizzaro" ha disoccupato ieri. Però mentre uno consente l'accesso, il "Croce" è chiuso a chiunque. I ragazzi la chiamano "occupazione nera".
Andando verso Ballarò in compagnia di mio figlio, passando da Via Benfratelli, è stato un tutt'uno fermarci e suonare al citofono.
Abbiamo spiegato che desideravamo fare alcune foto e "intervistarli", per capire e documentare il senso della loro protesta.
Detto fatto, siamo entrati (... a saperlo, non sarei andato a mani vuote...).
I ragazzi hanno voluto subito assicurarci che, nonostante l'occupazione duri da oltre un mese, niente è stato toccato nell'istituto, tutto è in ordine e nei "turni" è compresa la pulizia dei locali.
I motivi della protesta ad oltranza: ritengono che non siano per nulla venuti meno, anzi si spostano ed allargano all'intero operato del governo, inadatto anche a rendersi conto dei gravissimi problemi dei giovani. Poi, naturalmente, ci sono problemi contingenti: l'anno scolastico in forse (sempre la Gelmini! una sua recente norma prevede la bocciatura in presenza di un certo numero di assenze). I ragazzi vorrebbero che i giorni che li hanno visti, li vedono e li vedranno impegnati nelle manifestazioni non vengano conteggiati come assenze.
Ho registrato le loro voci con la macchina fotografica, ma le riascolterò più in la, con calma. Certamente ci rifletterò sopra. Intanto li ringrazio per essersi "aperti" al dialogo e averci concesso questa "esclusiva".


Nel Liceo occupato_3
Nel Liceo occupato_3
Carlo Pollaci


Commenti 2

  • mike snead 19/01/2011 12:55

    magnifica.

    mike
  • Geo Portaluppi 13/01/2011 1:10

    Alte mura a volere racchiudere il cielo, riducendolo e ricucendolo in spazi sempre più angusti. La strada, in realtà un vicolo, è occupata da auto che intralciano notevolmente la viabilità, quasi ad affermare: "Di qui non si passa..." un divieto scritto senza punto esclamativo alla fine della frase, ma con puntini di sospensione, come se non si volesse dare un eccessivo peso alla proibizione, essendo una cosa naturale porre divieti. La cultura del divieto è contagiosa. Sotto la finestra semi aperta, munita di ringhiera in ferro dalle bacchette diritte e strette si legge: "NO GELMINI" e non si sa se alla fine c'è il tanto caro e abusato punto esclamativo, è finita la parte liscia del muro del liceo scientifico Benedetto Croce, quella parte scrivibile. Tu poni un divieto a me e io ne pongo uno a te. È così che funziona la cultura del divieto, basata essenzialmente sul segreto. La predominate blu della foto, spennellata con attenta e accorta cromaticità, ha cancellato la frizzante aria azzurra e cristallina, probabilmente questa tonalità è anch’essa simbolo di un divieto, e oltre a ricordarci una fredda superficie metallica, come quella delle auto blu in mezzo alla via, ci rimanda, facendoci scivolare sempre più velocemente, nel passato, ai tempi in cui si andava a scuola e si passavano ore seduti nei banchi, i capi stanchi appoggiati sul palmo di una mano incollata a un braccio piegato al gomito, la testa circondata dalle parole del professore o della professoressa di turno, parole che ronzavano in orbita extra veicolare a permeare l'aria respirabile contenuta nell'aula. Di aria libera ne restava in tal siffatta maniera assai poca, tutto sommato insufficiente. E lo sguardo, e la mente, correvano al di fuori dei vetri della finestra, cercando sapori diversi dalla solita minestra che ti scodellavano sempre uguale da decine d’anni. Fuori dall’aula lo sguardo andava a sbattere contro impenetrabili mura altissime, erette a circoscrivere l’azzurro del cielo, a rimpicciolirlo, e non veniva neppure garantita quella fetta di cielo delimitata a forma di “V”, come si vede nella parte alta della foto, vestita di un bianco lattiginoso, un’area che forse sta a significare un sogno di “Vittoria”. Noi non avevamo la vittoria a portata di mano, non esisteva nemmeno il suo concetto, il banco ti andava ogni giorno sempre più stretto, ma ti adattavi, dovevi, altrimenti soffrivi più del dovuto, più del sopportabile. Ti si diceva nel quotidiano inanellarsi dei giorni: “Zitto tu, che non capisci niente”. Per fortuna c’erano loro che capivano tutto e magari te lo spiegavano, alla loro maniera, una maniera congeniata in modo che non si capisse nulla, e in questo modo veniva mantenuto e garantito l’equilibrio di sempre, senza sbalzi, senza impennate, nel continuo “non capire niente”. E se quel giorno non eri stato interrogato, quel giorno veniva considerato un giorno fortunato. Non erano tempi idilliaci, erano i tempi dello “Zitto tu, che non capisci niente”. Quando il professore parlava poteva capitare, più spesso di quello che sarebbe stato lecito supporre, che si inceppava, non trovava la parola giusta, quella che si collocava a colmare la sequenza logica della frase rimasta interrotta. Io la parola l’avevo nel mio salvadanaio, e senza ostentazione la dicevo, il professore restava meravigliato che fosse giunta la parola giusta dal popolo dei “…che non capisci niente”, e i compagni ridevano, giacché era una cosa divertente, sentire lo scolaro che suggerisce al professore e, democraticamente, anche al supplente. All’apparenza non accadeva niente. Erano tempi in cui non accadeva mai niente, almeno non in Italia. Ma a una parola poi accadeva che se ne aggiungeva un’altra, e poi un’altra ancora, e si fondevano tra loro, per nucleo sintesi, e l’insieme così ottenuto diventava sempre più pesante, perfino pressante. Alla fine si formò un’onda pensante. I primi scossoni giunsero da Parigi. Lì i cieli sono ineluttabilmente bigi di giorno, e invece neri, nel serale dopo cena. Imbandire la tavola con la solita tovaglia era una greve pena. Meglio rischiarare i cieli con bottiglie incendiarie, in luogo di bottiglie di frizzante gazzosa. Quest’ultima la stappi e l’effervescenza finisce di botto, l’altra bottiglia la lanci e poi scappi, poiché la polizia non sta mai con le mani in mano. Scappi lontano, ma poi torni sui tuoi passi: sta arrivando il Sessantotto.
    Continua...

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Sezione
Cartelle Documentary
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Exif

Fotocamera Canon EOS 30D
Obiettivo ---
Diaframma 5
Tempo di esposizione 1/250
Distanza focale 16.0 mm
ISO 200