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Turisti....Pausa Gelato

di: Roberto L. Data: 22:41 GELATO AL CIOCCOLATO

Leggendo un test online che promette di dirti tutto quello che avresti voluto sapere sul tuo tipo di sessualità, ti imbatti in una buffa domanda: “Un cono gelato va: a) succhiato b) leccato c) mordicchiato”.

Ripensi ai corsi di metodologia delle ricerca che spesso tieni, e ti chiedi sorridendo fra te e te: ma la domanda è davvero utile a raccogliere le informazioni che si desiderano? E fino a che punto le risposte raccolte parlando di cibo permettono legittime estensioni alla sfera sessuale, che costituisce quella che un filosofo definirebbe una diversa “provincia di significato”? Non sarebbe stato più corretto chiedere, in quel test: “Un capezzolo va: a) succhiato b) leccato c) mordicchiato”?

Ma cibo e sessualità sono in realtà, caro il mio metodologo, due paesetti di una stessa provincia. O, se si preferisce, due lati di una stessa medaglia. E raccogliere informazioni su un cono di gelato – devi ammetterlo – “fa molto test”, mentre il capezzolo farebbe un po’ porcello.

Nonostante la tua spiccata indole di dirty old man, ti ha poi sempre infastidito, per la sua banalità, l’equiparazione simbolica cono/pene, su cui giocano tante pubblicità. L’erotismo del gelato sta altrove, ti dici, perché l’erotismo non è mai banale.

E ripensi a un’estate lontana. Tu, adolescente, che passeggiavi a Lignano, con un’amica di famiglia, una donna per cui avresti voluto avere quindici anni di più. Ricordi ancora i suoi jeans attillati, e quella sua maglietta alla Baglioni.

“Lo vuoi un gelato?”, ti aveva chiesto, passeggiando una sera lungo il viale. Le stavi incollato, e la testa ti girava, perché lei sapeva di buono. Vi fermaste in una gelateria illuminata a giorno, con mille gusti e un solo profumo: il suo.

“Per me cioccolato”, chiese allegra, “e tu?”
“Zuppa inglese”, rispondesti allora come sei solito rispondere ancora oggi.

Due passi sul lungomare, una panchina, e dal suo cono sgocciolò un po’ di gelato sulla maglietta fina. Lei rise, divertita, e tu non saprai mai se a divertirla fu il suo essere così maldestra, o il tuo colore paonazzo, quando incollasti gli occhi a quella voglia color cioccolato che aveva tinto la punta di un suo seno. Ti consegnò ridendo quello che restava del suo gelato, e tirando di tasca un fazzolettino bianco lo inzuppò alla vicina fontana.

Quello che accadde poi, lo hai rivisto per anni, e ti ritorna ancora in mente, quando torni bambino. Il fazzoletto inzuppato, strofinato su quella maglietta fina e così stretta, la rese in un attimo trasparente, e il capezzolo, sollecitato dai tuoi occhi verdi più ancora che dal fazzolettino bianco e dal contatto con l’acqua fresca, sbocciò come un fiore che non avresti mai avuto modo di cogliere.

Non avevi più bisogno di immaginare tutto, ora, e lei guardandoti sembrava aver dimenticato il sorriso di prima e la tua età. Quel silenzio, durato forse pochi secondi, sembra dilatarsi oggi all’infinito, nei tuoi ricordi. D’improvviso lei tornò allegra, ed esclamò: “Forse è meglio rientrare, guarda cosa ho combinato! Dici che aspettiamo ancora un po’, o è quasi asciutta?”

Appoggiasti le dita (tremavano, come te) sulla maglietta, ma sarebbe più onesto - molto più onesto – dire sul suo seno. E il capezzolo appuntito ti forò il palmo della mano. Forse bruciandolo. Da allora, conservi quell’invisibile stigmate, dono di una dea madre che ancora veglia su di te.

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