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La corte del barone_Villafrati_V

La corte del barone_Villafrati_V

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La corte del barone_Villafrati_V

Villafrati (Palermo), 29 marzo 2009.

La via principale di Villafrati, rettilinea e con forte pendenza conduce, in alto, al "Baglio" (1750/60), dimora fortificata della famiglia Filingeri.

In IL FOTOGRAFO, n. 215 Marzo 2010




Commenti 12

  • Geo Portaluppi 03/06/2009 13:00

    Mi ballonzola in testa l’immagine di una fiumana di persone che con passo lento e greve sta risalendo l’erta china che porta in cima alla collina di un paese che ancora non c’era ma che ambiva a esserci. Donne che trascinano i piedi e alla man manca stringono la manina dei loro figli, mentre il braccio destro regge il fardello lieve del più piccoletto, e uomini che calcano il piede sul terreno, pesantemente, una, dieci, cento, mille volte, fino a che la pietra cede sotto quella avanzata, si sfalda, si sbriciola si smembra in pezzetti formando l’acciottolato che vediamo nella foto, simile al greto di un fiume, però di un torrente speciale che naviga alla rovescia, dal basso verso l’alto. L’acqua non può infrangere le leggi della natura, ma l’uomo si, l’uomo sa risalire dalla foce alla sorgente, se la cosa è conveniente. Ed è proprio qui, in questo luogo ritratto dalla foto, che avvenne l’incontro nell’anno … beh, non è facile determinare un anno preciso, anzi è impossibile e per capirne il perché procediamo con ordine, cioè dall’inizio, che guarda caso coincide con la fine della famiglia Abbatellis a cui nel 1525 la Regia Corte spagnola confiscò il patrimonio mettendolo all’asta. O forse nemmeno questo è l’inizio. Un passo indietro. È notorio che la Sicilia è terra ricca e, dai tempi dell’impero romano, il possederne un lotto è uno dei migliori investimenti che si possa fare. La famiglia Abatellis, originaria di Lucca, questo lo sapeva e ne era così convinta che decise di recarsi a Palermo, dove ancora oggi, nel quartiere della “Kalsa” in prossimità del porto, esiste una doppia lapide in via Alloro al numero 4 che ricorda un Francesco Abatellis, detto Patella, e che fu maestro Portulano del Regno. Questo ramo si estinse con la morte dello stesso Francesco il quale dispose in testamento la trasformazione del proprio palazzo, detto anche Palazzo Patella, in un convento, poi chiamato “monastero del portulano” in memoria del donatore. Il ramo che ci interessa è invece quello che raddoppiò la “b” della casata diventando Abbatellis. La loro prima meta fu Catania dove, in casa del notaro Lorenzo De Naro, il nostro Giovanni comprò il 19 febbraio 1405 da Raimondo de Falgar la baronia di Cefalà e altri possedimenti limitrofi tra i quali c’è il feudo di Mendoli e la Masseria di Villafrati. A Giovanni Abbatellis successe il figlio Giovanni che ampliò i possedimenti comprando le terre di Cammarata nel 1431. Giovanni in prime nozze impalmò Giovanna Chiaromonte e Ventimiglia e in seconde nozze Eulalia la Grua. Suo discendente fu Federico, figlio di Giovanna, che ebbe la conferma regia sulle terre di Cammarata però con l’obbligo di fornire all’esercito cinque cavalieri. A Federico successe Giovanni Manfredi che ebbe due figli, Antonino che ebbe la baronia di Cefalà nel 1503 e Federico.
    Antonino venne ucciso da due sicari in una congiura di potere. La baronia di Cefalà andò quindi al fratello Federico ma qui le notizie si fanno confuse e poiché qui non ci riguarda la sorte della famiglia Abbatellis, la abbandoniamo nell’anno 1525 quando, in un contesto di tumultuosi ricambi al vertice dell’aristocrazia siciliana, fu accusata di fellonia, probabilmente perché non mantenne fede agli accordi con la corona inerenti al servizio militare, e fu pertanto come d’uso fu condannata alla confisca del patrimonio che passò nelle mani del tesoriere del regno Francesco Bologna (curiosa procedura c’era una volta, il funzionario del regno si impossessa a modico prezzo di ingenti ricchezze). Settanta anni dopo i Bologna si indebitarono oltre misura e l’8 agosto 1595 dovettero svendere molti dei loro beni tra i quali figurava la Masseria di Villafrati . Vincitore dell’asta avvenuta il 15 giugno 1596 a Palermo fu l’avvocato Vincenzo Spuches. L’avvocato era fermamente intenzionato a costruire un nuovo centro abitato, la cui autorizzazione giunse nell’aprile 1602 con indicato il nome dell’erigendo villaggio: Chiarastella, come l’omonimo vicino monte dove in tempi antichi c’era un villaggio di capanne.
    Due obiettivi aveva la Corona: 1) sviluppare la cerealicoltura, 2) rendere sicuri dai briganti i due passi di Scaletta e Portella Brasi. Anche Spuches aveva il suo tornaconto: a) si sarebbe distinto dagli altri baroni che non avevano vassalli, b) sarebbero aumentati i suoi introiti per via della accresciuta produzione e per la riscossione dei dazi, c) avrebbe acquisito un posto in parlamento se il villaggio avesse raggiunto un minimo di 80 vassalli. E anche gli abitanti della zona traevano vantaggi: protezione dai banditi, una casa in muratura, un lavoro.
    C’erano tutte le condizioni affinché sorgesse il paese di Chiarastella. E infatti non venne fondata.
    Gli storici hanno ravvisato tre possibili impedimenti:
    1) mancanza di soldi sufficienti a costruire il villaggio e a pagare gli stipendi di un castellano, un segretario, un capitano di giustizia, un giudice, e gli altri ufficiali necessari per giustificare l’esistenza di un paese. - 2) mancanza di figli maschi a cui trasmettere il patrimonio che era pertanto destinato a passare in eredità alla famiglia della figlia Francesca, sposa di don Pietro Filangeri, che era già parlamentare. - 3) mancanza di reali necessità in quanto, tutto sommato, la zona non era così disabitata da doverla ripopolare e le condizioni generali erano più che soddisfacenti. Così scrissero gli storici, che all’epoca non c’erano e che non si calano mai nei panni della gente per capire le loro reali condizioni di vita. Di certo avranno ragione gli storici, però la visone della fiumana di gente che si inerpicava verso il baglio a sottomettersi a don Vincenzo Spuches non m’abbandona. Io so quanto deve essere costato a quegli uomini mettere da parte l’orgoglio e con il cappello in mano andare alla dimora del loro signore per supplicare lavoro e protezione e una casa in muratura dove vivere la loro umile esistenza. Questo mi spinge a dare una sbirciatina più attenta per verificare se hanno fondamento le ragione addotte dagli storici.
    La mancanza di soldi non ha mai costituito un problema per i nobili, avventati come sono, se non hanno abbastanza fondi fanno debiti, ma vanno avanti per la loro strada. E da altra parte il barone ben sapeva quali fossero le sue possibilità: non avrebbe caldeggiato alla Corona l’idea di fondare un villaggio per poi desistere ancora prima di iniziare (vero è che poteva essere cretino).
    Anche la questione dell’eredità ha poco costrutto perché quando Spuches chiese alla Corona l’autorizzazione per costruire un paese sapeva benissimo che non aveva figli maschi e poco importava il fatto che don Pietro Filangeri già fosse parlamentare, il titolo lo voleva per sé stesso (vero è che poteva essere cretino).
    La terza motivazione è quella più zoppicante: la Corona voleva il ripopolamento e un maggior numero di braccia per l’agricoltura, inoltre era necessario rendere sicura la strada regia debellando il banditismo, e anche i coloni ambivano a una casa e a un lavoro e al barone brillavano gli occhi al solo pensiero di contare le maggiori entrate che avrebbe avuto dalla costruzione del paese (vero è che potevano essere tutti cretini, ovvero la Corona, il popolo e il più volte citato Spuches).
    Alla spiegazione ci si può arrivare usando l’affilato rasoio di quel frate Occam del XIV secolo. Il motivo è il mancato raggiungimento di 80 vassalli, all’epoca a mala pena si contava poco più della metà del numero necessario per ottenere un seggio al parlamento di Roma e pertanto il barone non era interessato a spendere soldi nella costruzione di un villaggio che non gli avrebbe permesso di realizzare il suo sogno: la poltrona in parlamento! Ne conseguì che anche Chiarastella rimase un sogno, nonostante le innumerevoli volte in cui uomini e donne del contado si recarono al Baglio per fare atto di sottomissione. Muta e spoglia rimase la virtuale corte del barone, per almeno cent’anni ancora, a nostra stima fin verso l’anno 1720-30, ma questo argomento lo tratteremo con la foto “Dalla terrazza del barone di Villafrati - IX.
    Geo
    Il rasoio di Occam
    Il rasoio di Occam
    Geo Portaluppi
  • mike snead 18/05/2009 10:06

    great shot.

    mike
  • Mariano Arizzi Novelli 18/05/2009 8:34

    Ottimo BN ma io ribadisco che Mariano
  • Santino Mineo 17/05/2009 13:39

    Bella prospettiva.Complimenti.
  • Marco Ciampani 16/05/2009 23:35

    ++++++++
    ciao marco
  • Peter Burow 16/05/2009 19:23

    La tua foto mi da una sensazione molto forte e allo stesso
    tempo triste e dimostra il tuo stile unico. Gran b&n!!

    Un caro saluto
    Peter
  • redfox-dream-art-photography 16/05/2009 15:50

    Fantastico foto.
    Grande b-n!!!

    ciao, redfox
  • Lergovic 16/05/2009 10:41

    Ottimooooooooooooooo
    Mi piace parecchio+++++++++++++
    Ciaoooooooo++++++++++++
    Senza limiti
    Senza limiti
    Lergovic
  • Nena 16/05/2009 10:33

    Interessante laboro !!!
    Ciao, Nena
  • roberto manicardi 16/05/2009 9:42

    bellissimo il punto di ripresa e come sempre un grande bw
    ciao roby
  • dolores coll 16/05/2009 9:03

    duros colores para una magnifica foto.
  • Sandro Emanuelli 16/05/2009 0:05

    Interessante, come sempre in posizione dominante.
    Sandro