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Cosa c'è di nuovo?

Geo Portaluppi


Free Membro, Vigevano

Lampione ferito a terra: presto occorre la barella!

Spavalda e irritante, con la sirena lacerante, l’ambulanza all’istante scaturisce nel traffico più convulso, avendo l’insulso impulso di far dissolvere i veicoli al suo trionfale passaggio. Nel nero di quella sera non c’era in giro anima viva, a dire il vero nemmeno morta, e lei, la bianco di rosso striata, s’aggirava sorniona nella piazza, guatando ora i tavolini, ora rasentando auto in sosta. A zigzag lenta e sinistra procedeva, forse in cerca di un sinistrato a cui fare la grazia di un colpo. Anche se di san Francesco avevo la cavalcatura, decisi di seguirla, incuriosito da nova avventura. Fu un pedinamento breve giacché ella s’arresto di botto in fondo alla piazza. Quando la raggiunsi vidi ciò che la foto, sgranata per man tremula e ISO alto, mostra con crudi particolari foschi: mezza boccia di lampione a terra! Scesero gli ambulanzieri e il ritmico tonfo dei calzari sull’acciottolato mi rese frastornato. Al rallentatore avanzavano fruscianti nelle loro tute fosforescenti, ondeggianti verso il povero mezzo globo ferito, al suolo senza avere un gemito proferito. Passo ritmato, incedere pesante, muti e solinghi nell’aria rarefatta di una notte infreddolita e la mente mia ne restò intorpidita, e sulla visione odierna antiche immagini di sopiti ricordi andavano in dissolvenza sovrapponendosi, e mi ritrovai catapultato a militare, in divisa, con davanti la rasata faccia del capitan Fracassa, venuto a batter cassa, come era nel suo più alto desio. Nell’esercito ogni soldato ha la propria Compagnia, per questo motivo siamo tanti, per stare tutti quanti allegri in… compagnia. Ero della Terza del Settimo Reggimento. Eravamo un portento, e noi della Terza i migliori. Facevo parte di una trentina di militi scelti per la Maggiorità, dieci Uffici che gestiscono, ognuno per sua competenza, l’essenza della vita di caserma. M’occupavo di reclute e soldati semplici, di graduati e di alti ufficiali. Per mera fatalità m’era toccata la gestione dei Circoli Ufficiali e Sottoufficiali, e provvedere al servizio per la distante Polveriera e predisporre i turni di guardia. Per questo motivo ero il milite più odiato dell’esercito. Nessuno vuole fare la guardia o essere di servizio e ognuno si sentiva in dovere di venire a litigare con me per farsi depennare dalla lista dei turni. Avevo due principali antagonisti, il comandante di compagnia, capitan Fracassa (nome di fantasia), perché essendo della Maggiorità sfuggivo alla sua autorità, e il comandante di battaglione, il tenente colonnello Buttiglione (è un soprannome) perché era solito tormentare le guardie al presentat’arm, saluto che non veniva mai eseguito bene. Ci provò anche con me. Gli chiesi: « Scusi colonnello, in cosa sbaglio? » Alzò il sopracciglio e a malincuore ammise: « Movimenti e tempi vanno benino… - ci pensò un attimo – ma nella posizione finale il fucile è storto! » concluse trionfante. Da semplice fante incalzai: « Mi scusi di nuovo, signor colonnello, come stabilisce che il fucile è storto? » Un’ombra gli imperlò il fiero volto. Un po’ sconvolto sibilò: « Che domanda sciocca! Confronto che sia perpendicolare alla tua cravatta! » « Oh, mio buon colonnello, la cravatta io la porto sempre sbilenca. Se vuole avere la corretta prospettiva, si inclini alzando la gamba sinistra… » e così asserendo mimai il gesto. Se le altre guardie si beccano una ramanzina io, invece, finii dritto in guardina, confermano il detto che passare da guardia alla guardina il passo è breve, basta alzare una gamba! Con il capitan Fracassa c’era in ballo l’alza bandiera. Non presenziavo perché dovevo preparare i rapporti da fare trovare sulle scrivanie degli ufficiali della Maggiorità prima dell’inizio di giornata. Non andavo nemmeno a fare colazione, non c’era il tempo. Lo spiegai al capitan Fracassa, ma lui duro mi curava, io sgusciavo lesto tra le piante e le colonne, ma una volta mi agguantò: e così portai la bandiera al pennone su un cuscino di raso rosso: un grande onore, ma i rapporti giornalieri arrivarono in ritardo. L’Aiutante Maggiore in Prima, paterno ma severo, m’apostrofò: « Oggi sei rimasto senza inchiostro nella penna? » « Oh, no, signor Maggiore, al posto della penna ho avuto a che fare con il pennone… » Per una settimana il capitano non ebbe bisogno di usare lo shampoo per la lavata di capo che gli fu elargita. Così va la vita. Tentò di incastrami in vari modi, senza mai riuscirci. Una volta cambiò tattica, invece di usare la prepotenza dell’autorità mi domandò un favore: « Arriva una altissima carica dello Stato per inaugurare una statua a… - e mi disse la città – ci hanno richiesto una intera compagnia per la sfilata… una cosa in grande, dobbiamo fare bella figura… »
« Ci manderà Elia, suppongo… » proposi. Elia aveva studiato negli Usa e lì aveva fatto il marine, rientrato in Italia dissero che il servizio militare non l’aveva fatto e gli misero la divisa. Aveva un fisico perfetto, alto due metri, bellissimo come Adone, tutte le ragazze, quando lo vedevano, svenivano: era l’icona del soldato ideale. « No, - rispose il capitano e novello Zivago divagò – mi occorre un capo colonna: ci saranno cinque camion, vetture e camionette per gli ufficiali, sei carabinieri motociclisti, quattro avanti e due in coda. Sono disperato, non ho il capo colonna. »
« Se io sono il capo colonna, chi comanda? » domandai sospettoso
« Naturalmente tu! »
« Ah, ecco… » e mi lasciai incastrare, almeno una volta gli era dovuto. Feci il saluto e mi allontanai.
Dopo quattro passi mi raggiunse la sua voce: « Quando scendi dal camion , ti cali di grado e fai parte del picchetto d’onore… un bel prentat’arm, quando tolgono il telo, mi raccomando…»
Ah, c'era il trucco. Rassegnato, con le spalle strette, mi voltai: « Ci sarà anche il colonnello Buttiglione? »
« Perché? » « Non ho la cravatta adatta per il presentat’arm. » battei i tacchi e mi eclissai.
L’autista del camion mi pareva in gamba, quanto non lo so, viaggiava seduto. Al primo grande incrocio lo feci svoltare a sinistra, tutte le vetture e camionette andarono a destra e i motociclisti, come siluri, dritti, seguendo il proprio naso. Il panico colse l’autista. Lo vidi bianco smorto. Lo rincuorai. « Rallenta e accosta, procedi a bordo strada, ma non ti fermare, siamo sulla via giusta. »
Sudava copiosamente, le rotelle del cervello giravano vorticosamente, era smarrito sulla retta via.
« Non ti preoccupare, ci raggiungeranno, quando capiranno lo sbaglio. » Sterzò bruscamente infilandosi in una piazzola e latrò: « I carabinieri non sbagliano mai! È il loro mestiere. Giro. Stai a vedere! » « Sono io il capo colonna, conosco la strada. Mantieni la rotta. »
« Il capitano mi ha detto di non perdere contatto con i carabinieri. Fo inversione! »
« Ah, ecco… » esclamai e pensai “…Ecco chi comanda, caro capitano, non mi freghi più!”
Grazie alla piazzola fece una bella inversione a “U” e gli altri camion lo seguirono. Tornò indietro di un chilometro o due e così incrociò i motociclisti sfrecciargli a lato: andavano nella direzione da cui stavamo venendo, affrettandosi dietro al nostro presunto inseguimento.
Se prima l’autista era spaventato ora era terrorizzato. « Raggiungi l’incrocio e svolta lì – era un ordine senza avere l’aria di imposizione. Si sarebbe ulteriormente spaventato. – Qui è stretto. »
« Li perdiamo, li perdiamo, li perdiamo… Adesso giro, qui ci riesco. »
« Stai tranquillo, ci hanno visto, rallenteranno. » pensavo: si può ipnotizzare un autista che guida?
« Li perdiamo, li perdiamo, li perdiamo… » In quel momento non aveva altro frasario nel suo vocabolario. Non so come ci riuscì, ma svoltò, rimettendosi sulla retta via… o quasi.
« Fai più manovre, non c’è fretta. Hai visto che prima avevo ragione? Dammi retta! »
« Mi basta una sola manovra, con il volante sono un vera piovra! »
« Sei oltre il ciglio della strada. Slitterai, sei sull’erba rorida di rugiada. »
« Uffa, con te s’ha d’aver un sacco di pazienza. Ho montato pneumatici di grande aderenza. »
Scostai il telo e mi girai verso i soldati trasportati. «Buone notizie, ragazzi, stiamo per precipitare. » Le brutte nuove vanno sempre date con garbo. E continuai: « Tenetevi saldi e andrà tutto per il meglio. State guardinghi, con l’occhio sveglio. » Le ruote di grande aderenza avevano deciso di prendersi una vacanza e il camion iniziò a scivolare lento, lungo il breve declivio, oltre il bordo strada. L’erba cedeva, ma con raffinata grazia, e in vero faceva da freno, e il camion così calava e s’inclinava, però pacioso e sereno. Mi voltai di nuovo per la buona novella: « Allegri ragazzi, forse la sfanghiamo, restate immobili e fermi, come Enrico… Fermiiiii. » I fanti, ubbidienti e aitanti, come un sol uomo balzarono in piedi, e il camion, sbilanciato, si coricò su un lato, mentre le ruote di sinistra ruotavano nell’aria birichine, spruzzando di terriccio le persone più vicine. Nonostante il trambusto che si scatenò all’interno del cassone, nessun ferito, pochi contusi lievi. Non ritenendo etico stendere qualcuno sul prato erboso, molti civili erano presenti, li schierai in fila, in posizione di riposo. Celerissima a sirene spiegate giunse l’ambulanza. Come acrobati al suolo volteggiarono i barellieri: capelli al vento, occhi vispi e fieri. Uno sguardo e colsero al volo la situazione: avevano ricevuto ordini precisi dal caporione: raccogliete prima quelli che stanno a terra. Per quelli che si reggono in piedi non serve la barella. Rapidi agirono con professionalità sopraffina nella frizzante brezza mattutina. E pochi minuti dopo l’ambulanza era già lontana e noi restammo lì come allocchi, con le lacrime agli occhi: nelle barelle avevano deposto con estrema cura fucili e schioppi, non prima d’avere innescato la sicura. Guardai l’autista, quello in gamba. Lui si tolse il basco e si grattò la capigliatura facendo la faccia di Stanlio e io, di rimando, gli feci quella di Ollio: beh, insomma, tutto era filato liscio come l’olio, come prescrive il regolamento al quinto comma!

Dedicato a tutti i meravigliosi fanti dell’Esercito Italiano e in particolare ai militi dell’Ufficio Personale: a Rossoni, rosso di pelo, di pelle e di baffoni, che mi chiamava Lupus in fabula, forse presagendo che avrei scritto favole, al rotondo economista Albertario, dalla perenne pipa spenta in bocca, che abbaiava e lanciava sacramenti contro il mondo, ma ha un cuor d’oro nel petto tondo, a Vernazza, l’ingegnere largo come una piazza, e alla sua torta Pasqualina che a tutti metteva l’acquolina, all’altissimo avvocato Rota, che studiava da notaio e gli cantavo Signorinella pallida, la strofa che dice: “…porto il mantello a rota e fo il notaio…”, a Robertino di Vigevano, che lavora in una banca qui vicino e con cui mi incontro spesso e volentieri a rinnovellar i bei tempi di ieri, e infine a Carlo Alberto, mio compare di nozze e io teste al matrimonio suo, socio al tavolo del bridge, coautore di un romanzetto, cronista sportivo ed estimatore di Gianni Brera. Una sera di pochi anni or sono decise di andare a parlare del Milan direttamente con il suo amato grande giornalista di San Zenone Po. Così va la vita, un giorno c’è e il giorno dopo è finita.

Commenti 13

  • Lunasole 28/05/2009 20:59

    Sempre geniale, come romanziere e fotografo, si dovrebbe fare un libro!!!
    Grande Geo
  • roberto manicardi 14/05/2009 11:56

    fortissima
    ciao roby
  • Anna Lisa Imperiali 10/05/2009 23:16

    Sono riuscita a leggere a puntate il tuo esilarante racconto, incollandolo su "Word" e ingrandendolo per non perdere una parola .....sei insuperabile !! Grazie:-)
  • carlo jacuzzi 07/05/2009 17:18

    Grande racconto... leggerti è un piacere.
    E la foto?... be' quella è un'altra cosa.
    Ciao Carlo Jac
  • redfox-dream-art-photography 07/05/2009 1:13

    Wow, grande foto!
    Interessantissima!
    Mi piacè molto!!!

    ciao, redfox
  • Carlo Pollaci 05/05/2009 15:52

    Che titolo: degno e insieme omaggio alla migliore prosa futurista.
    Il testo... mi rammarico del tempo, inesorabilmente insufficiente...
    La foto: d'autore, ben costruita, già da sola perfettamente in grado di raccontare una storia.
    Mi ripeto: su tutto, il titolo è una cannonata.
    A presto, Carlo.
  • federico ravaldini 04/05/2009 23:58

    Dirti che è bella la foto, non penso proprio che sia ciò che ti aspetti di sentirti dire! La storia invece....mi stavo chiedendo all'inizio dove stavi andando a parare con il lampione, l'ambulanza ,i barellieri e i ricordi "sopiti", ma non troppo, dalla dovizia di particolari e allusioni alle situazioni degli allora momenti, vissuti da tè in prima persona.Purtroppo o forse fortunatamete io il militare non l'ho fatto o meglio il tutto si è risolto in qualche giorno di caserma, meno di una settimana, però a Caserta e in cavalleria come allievo comandante di squadra (arma fucile Enfield.,credo si chiami così, di sicuro sò che pesava sei kg).Perciò gli ho detto: scusate tanto ma io torno a casa sul Lago Maggiore, che la mia mamma non vuole che mi faccia la bua!!!!
    Non è andata esattamente così, ma questa è un'altra storia.
    In questi pochi giorni però ho imparato una grande verità: il militare è quella cosa che dura qualche mese, ma se ne parla per tutta la vita!!!!
    Sono quindi a corto di argomentazioni se non congratularmi con tè per la scorrevolezza con cui ci "affabuli" caro Geo Portaluppus. Soprattutto sobbarcarsi una tale fatica il giorno dei lavoratori, categoria della quale penso tu faccia ancora parte, o nò? Un caro saluto, FEDE
  • Franco Merlo 04/05/2009 23:56

    Bel racconto sui bei tempi di gioventù militaresca, con il pretesto della foto (tra l'altro onorevole foto nonostante gli iso e l'ambulanza): gioventù spensierata e ancora speranzosa in luminosi giorni futuri che, ahimè, sono ormai abbondantemente giunti (+ o - luminosi); di positivo c'è che ci ricordiamo di tanta simpatica umanità con parte della quale abbiamo conservato amicizie e relazioni. Ciao e buona notte.
  • giancarlo abbati 04/05/2009 20:56

    incredibile geo....oltre che, ha grande narratore ,usi parole e verbi in modo incredibile...a volte penso ...qui ha sbagliato , ma dopo ulteriori informazioni famigliari il risultato da ragione a te ,per quello che devo leggere due volte .bravo ,la foto come dici tu ,iso alti e mano tremula ...ma non importa.carlo.
  • Sergio Zolessi 04/05/2009 15:07

    Bella la foto e grandiosa la didascalia!!! Sei grande, Geo!!!
  • Marialbi 02/05/2009 13:25

    il solito fantastico romanziere...un altro racconto incredibile sulla vita ...sei meraviglioso...
    anche l'immagine é perfetta
    ciaoooooooooooooooooooo
    maryte
  • Anna Lisa Imperiali 02/05/2009 7:45

    Sempre spiritoso e geniale ...non ho avuto il tempo di leggere la tua lunghissima didascalia, ahimé, chissà cosa dirà :-(((
  • Wolfgang Marongiu 01/05/2009 23:54

    bella la foto e anche il racconto,complimenti