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---volano bis... di Claudio Lafranconi

---volano bis...


di 

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26.06.2012 alle 2:05
, Licenza: I diritti d'autore di tutte le foto sono proprietà degli autori.
..ma non è una Guzzi...:-) L'amico Giorgio Peracchio voleva l'affettatrice..ed eccolo accontentato...



....volano...... di Claudio Lafranconi
....volano......
di
16.6.12, 22:51
21 commenti


...volano ter... di Claudio Lafranconi
...volano ter...
di
29.6.12, 11:13
14 commenti

commenti:

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giovanni sarrocco, 26.06.2012 alle 6:23

Bel lavoro!!!


e pasquinelli, 26.06.2012 alle 7:20

Questa è la vera affettatrice perché girando piano a mano non sciupa i salumi. Bella. Bravo!!!


massimiliano pike, 26.06.2012 alle 7:46

bella!!!


Alessandro Rovelli, 26.06.2012 alle 8:19

...anche questo è un volano che mi intriga assai...pochi giorni orsono l'ho visto al lavoro in quel di S.Daniele in Friuli...un successone...slurp!!!


Angelo e Silvia, 26.06.2012 alle 11:06

Negli anni '80 ho avuto il piacere di lavorare nell'azienda (olandese) che le produceva.
....e giò sti fett....come si dice in siciliano ;=)))
ciao Cla, alla prossima serata.



b. monica, 26.06.2012 alle 14:15

che bel richiamo d'immagine, pur con sensi (ed utilizzi) diversi!
ti stai dando alla foto di dettaglio, still life?
bella, curata, ha quasi un anima
bacione, ciao



Mauro Borbey, 26.06.2012 alle 15:02

foto d'autore,
concordo con Pasquinelli
ciao...mauro



mario valentini, 26.06.2012 alle 17:00

Scatto bello, e bene composto.


Ewa.P, 26.06.2012 alle 18:35

Un gran bel detaglio,ottimo lavoro Claudio!sarà contento Giorgio per questa l'affettatrice...ne voglio anch'io una cosi:-))))ciao simpaticone,buona serata e un bacione,ewa


Giorgio Peracchio, 27.06.2012 alle 13:01

http://www.berkelinternational.com/storia.php

Ne ho restaurata una una decina di anni fa
Era un'affettatrice Berkel
non so di che anno fosse
ora lavora in un locale alla moda !!
Esiste anche un mercato !!
http://www.ilvecchiotarlo.it/vendita_affettatrici_berkel.htm

Sono pezzi di stupenda fattura !!
Grazie Claudio per la Dedica !!
Ciaooooooooooooooooooooooooooooooooo !!



Massimo ZAMPETTI 1, 27.06.2012 alle 16:41

Oh... mio dio... come ti sei ridotto... !!!
Ormai il prosecco non basta più... ma che te fumi che...
.
.
.
.
.
.
.
.
ne voglio anch'io!!!



Antonella Delpero, 27.06.2012 alle 20:29

...la creatività non ti manca, il rosso e l'acciaio li hai sempre a portata di mano, per cortesia potresti fare qualcosa di più "umano" e più alla mia portata? :) Interessante anche questa, che a differenza dell'altra, non usa "meccanismi" ma, il suo semplice "essere"... :). Ebbravo Cla, un abbraccio Antonella



J o s e f, 28.06.2012 alle 13:12

Good work!
Regards, Josef



Fausta Filipponi, 29.06.2012 alle 8:00

Non sarà una Guzzi... ma che bella che è e quanto mi piace la tuia composizione!!! :-)




Renzo Baggiani, 29.06.2012 alle 11:17

Still life perfetto ed "elegante (anche se si tratta di un'affettatrice!... ma la fotografia di un'affettatrice NON E' un'affettatrice!)


b. anna, 30.06.2012 alle 15:16

...come rendere gli oggetti delle opere d'arte....
Complimenti Cla!
Un bacione



Ottoinve, 1.07.2012 alle 0:23

Berkel?


Claudio Lafranconi, 2.07.2012 alle 11:19

...è lunga..ma vale la pena leggere fino in fondo !!!!
grazie a Cri (Eliot) per avermela spedita :-)

Pablo Neruda, “Il villaggio”


Quel piccolo bazar


Ricordo, padre, il tuo vecchio mestiere di un tempo. Quel nostro piccolo bazar nella piazza al sole del paese. Dentro ci tenevi di tutto, seguendo con l’anima del commerciante un ordine scrupoloso nei ripiani degli scaffali allineati. La precisa piramide di scatolette di tonno; l’affettatrice a mano, leggendaria Berkel rosso bordeaux di un tempo; il macinino per il caffé e la bilancia orologio dal piatto lucido. Per le signore, calze di nylon di tutte le misure e colori. Gli ami per la pesca e il rotolo di filo da vendere al metro e il canal di Valle a due passi ad aspettare il pescatore paziente. La patina Guttalin, densa, dall’odore forte, in scatole rotonde con quella speciale chiusura che a me piaceva tanto aprire; come gradivo aspirarne il profumo. Le spazzole per le scarpe, quelle per i capelli, i pettini tascabili e la brillantina Linetti per i giovanotti con la Vespa. I piombi e gli spaghi per chiudere i pacchi postali che confezionavi per le mamme che avevano i figli lontani, a prestare servizio militare, e quella piccola pressa che incideva le sigle col nome del nonno. I chiodini del calzolaio dentro un barattolo vuoto di olio Mobil per motori. Fuori la pompa Major per la benzina e la miscela per trattori e vecchi motorini. Lo smacchiatore Rapid a tampone con il suo forte odore di trielina e i profumi: Fuoco del Vesuvio ;Violetta di Parma; ;Pino silvestre, con la sua speciale boccetta verde fatta a pigna. I cofanetti colorati con il lucchetto dorato pieni di caramelle esposti nella vetrina e io che speravo sempre di averne uno per chiuderci dentro i miei segreti. In un angolo la piccola cartoleria: quaderni, colori, penne e pennini di tutte le forme, persino fatti come la Mole Antonelliana. I diari, le cartelle, gli astucci vuoti, le cinghie per i libri con le fibbie colorate; le buste e le lettere per le ragazze innamorate. Sugli scaffali in alto, le pastiglie alla menta, all’anice e i confetti al ripieno di rosolio nei vasi da vendere a peso. La cioccolata rosa e bicolore, con le mandorle, tagliata a pezzi grossi da mettere nel pane fresco che era sempre fragrante e profumato. Avevo un’adorazione per le bottiglie dei liquori dalle forme strane; ricordo l’Unicum, il don Bairo e l’Alchermes, pieno di coloranti che hanno proibito; la zuppa inglese di mia madre perderà tutto quel buon sapore di prima. Le scatole di detersivo, il Tide e l'Omo con dentro mille sorprese. Mi torna alla mente il giorno in cui trovammo mio fratello in mezzo ad una montagna di detersivo perché aveva aperto tutte le confezioni dell’intero scatolone per scovarvi il regalino tanto sperato. La paglietta saponata stesa o in cuscinetti. La carta vetrata e il metalcrom per tirare a lucido le stufe a legna. Pentole in alluminio, coperchi, ricambi per moka, mestoli, bicchieri e caraffe dai vetri colorati e poi i piatti bianchi di porcellana fine, magari per un bel regalo di matrimonio. I cartellini dei prezzi, che scrivevi, con una grafia ineccepibile, in stampatello, tu che avevi fatto solo la quinta elementare, frequentandola nel paese vicino che raggiungevi in bicicletta. Nei caldi pomeriggi d'estate, il negozio era freschissimo; non esisteva il condizionatore d’aria allora, ma le mura vecchie, datate 1857, davano un bel refrigerio all’ambiente; fuori la tenda dava ombra e tu rifacevi la scritta sbiadita con la cementite bianca, utilizzando per ogni lettera degli stampi di cartone. Quante volte hai fatto quella strada verso la città di mare, per arrivare fino al porto e caricare la merce appena arrivata dai mercati; le pesanti forme di ghiaccio che sistemavi con cura nel portapacchi della bicicletta, che servivano poi a preparare il gelato da vendere sulle piazze con il carrettino del nonno. Travasavi decine di bottiglie di vino venuto dai colli in grosse damigiane; tagliavi ad arte intere forme di formaggio grana. Era bello sapere che molti tralasciavano di comperare qualcosa nei grandi supermercati, che cominciavano allora a sorgere, per venire a prendersi qualcosa di fresco da te, come la gustosissima mortadella che al taglio emanava un irresistibile profumo al quale non si poteva resistere e invitava a farsi un bel panino su cui appoggiare un buon bicchiere di vino bianco. Molto spesso fuori, sulla panchina sotto l’ombrellone, sostavano ciclisti che facevano tappa fissa e ricaricavano l’energia perduta con panini farciti, quasi creazioni speciali che le tue mani artigiane preparavano con cura; di quei profumi porto ancora i ricordi addosso. Mille odori uscivano da quella piccola porta nel centro del paese, e tu, fedele servitore, offrivi delizie ai palati più fini. Quanto hai lavorato, dedicando la tua vita a quella gente, gente umile che viveva di poco, che segnava sul libretto e pagava alla fine del mese e non sollevavi obiezione alcuna se qualche volta ritardavano nei pagamenti. Mia madre a volte mi racconta che a Nane hai dato, senza chiedere nulla, i piatti e le posate per mangiare, tanto era povero. Lui viveva vicino al bacino, dove il canale si getta nell’Adige e lì avevate installato una piccola baracca di legno, “el barachin” lo chiamavate; il nonno ti aveva messo a vendere ai barcari che passavano con le chiatte e venivano da Pavia, da Comacchio verso Chioggia e Venezia. Tu eri ancora ragazzino, ti risparmiasti la guerra. Quei giorni avevi capelli biondi e occhi sempre attenti; ma nonostante ciò spesso i marinai te la facevano e mentre tu ti giravi ti rubavano qualcosa. Nando, il portinaio che era addetto alle chiuse, da sopra la torretta ti chiamò a squarciagola, alzò a mano in fretta il ponte, perché stavano arrivando i fascisti del duce a fare rastrellamento e tu dovevi correre con tutto il fiato che avevi al paese ad avvertire i giovani di nascondersi. “Via, via tuti, xè chi i fasisti!”. Chi scappò sopra il campanile, chi si infilò sotto il fieno nella corte del
conte. Arrivarono, la piazza era muta, tutti si erano rinchiusi in casa. Li cercarono, le baionette sfiorarono i ragazzi sotto la paglia, Fulvio poi diventò giallo per la paura. Zio Nadir restò per giorni sopra il campanile e alla sera la zia andava a portargli da mangiare. Tu nel tuo piccolo facesti il possibile, ma i fascisti erano pieni di rabbia quel giorno, venivano dal paese vicino, dove avevano già fatto la loro ingiusta azione “di pulizia” contro i partigiani e la stessa sorte sarebbe toccata ad un’intera famiglia e ad un ragazzo che abitavano poco lontano da casa nostra. Loro furono presi, picchiati, torturati, trascinati sulla sponda dell’Adige e trucidati senza nessuna pietà. Durante la guerra poi foste sfollati, lontano dal paese per mesi, ritornati, del negozio non era rimasto nulla e alla Casa del sole mancavano persino i balconi di legno, che a qualcuno erano serviti per riscaldarsi. Riprendesti a lavorare, rimboccandoti le maniche, mandasti giù quel groppo di amarezze. Poi, ancora una volta, il piccolo bazar rimase colpito, il 4 novembre del 1966 fu inondato dall’acqua del Canal di Valle che aveva rotto gli argini, quel giorno era il tuo compleanno e mio fratello si preoccupava più della torta, che la mamma aveva preparato per festeggiarti, che del resto. Io avevo 7 anni, e visto che le scuole furono chiuse, andai ospite al ristorante dagli zii per circa un mese. La casa, il negozio, il magazzino erano stati sommersi da circa un metro d’acqua, il frigo nuovo, l’arredamento intero e tutti i beni di prima necessità andarono persi. Tu e il nonno avete poi costruito un muretto che servì ben poco per arginare la piena successiva e poi avanti ancora con il coraggio di sempre. Mai un giorno di ferie, tu e la mamma, solo qualche scampagnata domenicale con noi bambini sui colli padovani a cercare prati per pic-nic all’aperto. Ecco, è ora di chiusura per il piccolo bazar. Ma, prima di abbassare l’ultima serranda e di spegnere l’insegna luminosa, voglio dirti, padre, che dall’amore per il tuo mestiere ho saputo cogliere l’umiltà, la semplicità e soprattutto lo spirito di comunicazione con la gente. Una medaglia di bene vorrei mettere ora al tuo cuore.

Tua figlia.



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